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Associazione Onlus

martedì 7 giugno 2011

La resilienza: definizione e poesia

La resilienza in termine tecnico è la capacità dei materiali in genere a resistere a urti e impatti. Ma ha anche un complesso significato psicologico e sociale.

Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di sofferenza, da quelle più gravi, come una guerra, una alluvione, un terremoto, a quelle più frequentemente riscontrabili quotidianamente, come il venire offesi, derisi, stigmatizzati?

Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di grave disagio lavorativo?

Che cose fa sì che due persone, poste nella medesima situazione, reagiscano con modalità differenti a tali sofferenze, chi in modo positivo e propositivo, chi in modo negativo, di totale chiusura e nichilismo? La risposta è: la ‘resilienza’.

Il concetto di resilienza (resiliency) è nato e si è sviluppato negli Stati Uniti e racchiude le idee di elasticità, vitalità, energia e buon umore.

Si tratta di un processo, un insieme di fenomeni armoniosi grazie ai quali il soggetto si introduce in un contesto, affettivo, sociale e culturale.

La resilienza non si acquisisce una volta per tutte, ma rappresenta un cammino da percorrere: l’esistenza è costellata da prove, ma la resilienza e l’elaborazione dei conflitti consentono, nonostante tutto, di continuare il proprio percorso di vita.

Il termine di una situazione spiacevole, paradossalmente, non coincide con la fine delle sofferenze, ma, al contrario, sancisce il momento del loro inizio. Una sorta di metabolizzazione della propria consapevolezza.

La fine di una violenza, di qualsiasi forma si tratti, pone colui che l’ha subita di fronte ad una serie di interrogativi ai quali deve essere data risposta: “Perché, che senso ha quanto mi è accaduto, qual è il posto che tutto ciò occupa nella mia vita?”.

Avvicinandomi a questi concetti mi ricordai di avere scritto tempo fa una sorta di racconto che supponeva tutta la voglia e la cultura di reagire ad una spiacevole vicenda lavorativa personale. Esempio calzante di quanto descritto.

“Adesso basta. Nonostante un certo costante tormento che sempre ha accompagnato la mia vita, ho sempre pensato di essere stato bravo e quanto serve fortunato ad ottenere uno status culturale, personale e lavorativo di buon valore.
Alla soglia dei miei quarantaquattro anni avevo ottenuto quanto basta per vivere egregiamente. Anche se alcune esperienze sofferte di vita mi avevano colpito e sotto certi aspetti segnato, ma al contempo anche tranquillizzato come normali percorsi di vita talvolta dolorosi, potevo permettermi di guardare il futuro con prospettive, obiettivi e speranze. Il sogno mai abbandonato di una dolce e serena vivacità della vita, degli anni
che passano, della vecchiaia.

Da un anno a questa parte però, sembra che quel mantello di protezione che fin qui potevo vantare mi abbia abbandonato, scoperto.

Dapprima la ditta in cui lavoravo e in cui mi sentivo facente parte di una famiglia e di un progetto è fallita. Poi sono iniziati misteriosi dolori fisici ancora in bilico tra paure e somatizzazioni. Pensavo di aver risolto da lì a poco il problema del lavoro avendo trovato subito una nuova occupazione. Con tutte le problematiche che possono caratterizzare il cambiare Azienda dopo ventidue anni: ambiente, metodologia, stimoli.

Ho ricominciato senza paura: le svariate esperienze maturate in diversi campi, accomunati all’entusiasmo e l’attaccamento al lavoro, mi hanno consentito di raggiungere un buon livello di preparazione. Nel corso della mia vita lavorativa ho sempre cercato di conciliare lo spirito del lavoro di gruppo e la dedizione nei confronti dell’Azienda. Ho un aspetto giovanile e dinamico, determinato nel raggiungimento dei risultati, umile, concreto
ma talvolta anche un pizzico sognatore. Ho sempre lasciato un buon ricordo a tutti i colleghi, responsabili e collaboratori con cui ho incrociato i destini. Mi è sempre piaciuto il mio lavoro che ho sempre svolto con dedizione e cura, ma altrettanto appassionato agli interessi extra lavorativi, come ad esempio alcune attività artistiche. Con tutte queste premesse non potevo aver timore di ricominciare e farmi apprezzare.

Purtroppo la nuova soluzione lavorativa dopo solo pochi mesi si è manifestata in tutte le sue debolezze. Le cose sono precipitate nel giro di poco tempo e la contrazione di lavoro ha colpito anche questa nuova esperienza. Dopo pochi mesi mi ritrovo allora in cassa integrazione, abbandonato senza se e senza ma e soprattutto senza certezze per il futuro lavorativo.

È così di nuovo angoscia, sconforto, depressione e dolori. Certe volte penso che questo dovrebbe essere una sorta di spartiacque, dovrebbe essere il momento di reagire verso nuovi stimoli. Penso di essere per la prima volta giunto ad un bivio professionale: perseverare o abbandonare, passare la mano o vedere.

Mi hanno fatto notare che ho un curriculum di assoluto rispetto ma un età che non aiuta. Un settore professionale in crisi e così mille domande e lacerazioni. Come se non bastasse da qualche tempo non ho neppure introiti economici. Sto cercando di resistere e ho abbandonato ogni sorta di tentazione. Risparmio su tutto compreso il dentifricio. Faccio la spesa con molta accuratezza, non compro più il giornale, utilizzo di più il pullman a discapito della macchina. Niente più cd o dvd.

Penso ai miei anziani genitori. Non voglio dare loro insoddisfazioni e delusioni, visto che non conoscono ancora le storie dei miei ultimi problemi lavorativi. Semplicemente fingo sulla mia vita tra la menzogna e l’attesa di momenti migliori.

In certi momenti sogno, con le cuffie del mio I-POD alle orecchie, mentre corro o passeggio. Sogno tutti i colori del mondo, la freschezza del corpo, l’odore del mattino, la gioia. Cose che ad oggi sembro aver dimenticato. Piango e mi dispero, poi, guardo il cielo sgombro di nuvole, sospiro e spero in un nuovo giorno. Parlo con Dio al riparo da tutto e da tutti.

Mi piace leggere e soprattutto scrivere, talvolta prendo il pullman e vado a sedermi sulle dolci panchine di Piazza Carlo Alberto, lì seduto e sognante scrivo racconti di vita vissuta o di vita che vorrei vivere, di fantasticherie o storie romanzate.

Parole d’ordine: perseveranza e pazienza, onestà intellettuale e coraggio del cambiamento. Ma fino quando posso aspettare, fino quando avrò forza di perseverare? Fino quando posso sperare di trovare una soluzione?

Ho fatto uno strano pensiero: sarebbe bello poter scambiarsi i lavori. Che sciocchezza ma ci stavo pensando. Molti non sono soddisfatti del proprio lavoro, altri stanno cercando una ricollocazione: scambio posto da informatico per commesso in libreria, cerco assunzione professione di accoglienza turistica, cedo lavoro in comune settore edilizia pubblica, idraulico ben avviato scambia professione con banco al mercato settore formaggi.

Che strani pensieri mi vengono in mente. Sarà che il peso della situazione contingente incide non poco sulla mia vita oltre che materialmente anche dal punto di vista psicologico.”

Si tratta, sostanzialmente, di compiere un percorso di ricerca del significato e di collocazione all’interno della storia individuale, prima solo per se stessi, poi, successivamente, da condividere.

Solo in tal modo è possibile rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, alle sofferenze altrui, alle quali si sarà portarti a porre rimedio.

Le ferite non si rimargineranno mai completamente: rimarranno sempre una zona di vulnerabilità, un punto debole, che, d’altro canto, potranno rappresentare un punto di forza, nella misura in cui permetteranno di vivere appieno il nuovo stato di realizzazione personale raggiunto.

Ognuno di noi, a nostra volta, può imparare molto dalle persone che sono state sfregiate nel corso della loro vita: esse, con il loro esempio, possono indicare che è possibile risanare le ferite subite, oltre che insegnare come fare.

La mia storia culturale e di possibilità e creatività latenti, hanno influito molto nel cambiamento, nell’affrontare il disagio ad un evento per me importante e spiazzante. Ho avuto la fortuna di contare su persone che in un certo senso hanno esportato dal mio essere possibilità trasformabili in forme concrete. Nel caso specifico quando ho iniziato il percorso ho cercato di individuare l'ordine di idee, gli obiettivi, la struttura, gli argomenti.

All'inizio ero un po’ confuso: non sapevo cosa andavo incontro e soprattutto se l'utilità del percorso fosse utile. Mi sono affidato e il divenire nella mia storia, nel contesto e nelle mie riflessioni si è rilevato efficace e motivante. Ne è nata una sinergia di intenti costruttiva.

La presenza di persone disposte all’ascolto consente di mettere in atto un altro tutore della resilienza: il racconto. In un primo momento esso sarà interiore, cioè si tratterà di una narrazione a se stessi dell’accaduto, del suo significato e della sua collocazione all’interno della propria esistenza.

In linea generale, però, nessuna sofferenza è irrimediabile, ma può essere trasformata, grazie ai tutori della resilienza, e vissuta come occasione di cambiamento e di miglioramento di se stessi e della propria esistenza.

Qualcuno diceva che la vita è altrove, non inteso come luogo ma come aspettativa, ci ho sempre pensato, sempre nella mia vita anche quando le cose apparivano migliori. “Adesso basta” è il momento del coraggio, la vita è altrove laddove non c’è paura.

Io la mia Resilienza l’ho individuata, ascoltata e seguita. Da qualche tempo vive con me, oggi l’ho firmata. Nei momenti di crisi occorre investire nei propri sogni. Il mio sogno vuole essere solo il tangibile percorso di vita.


Evangelista Lino Chironna


fonti: Dott .ssa Anna Fata, Cyrulnik B., Szafran A.W. e A. Nysenholc

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