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Associazione Onlus

lunedì 20 giugno 2011

Il Marketing degli anni 2000 per il non profit

Il nostro socio Ferdinando Ciccopiedi, docente di marketing del non profit, ha tenuto un seminario informativo per le Associazioni di Volontariato in cui ha illustrato le tecniche del marketing degli anni 2000, utili per le Associazioni che vogliano avere come partners delle loro iniziative sociali anche le aziende che si confrontano quotidianamente con il mercato e i consumatori" Il suo intervento è riassunto in un articolo comparso sul sito dell'Associazione Italiana Marketing (AISM).

Luisa Marucco

Roberto Benigni a Tutti in piedi!

lunedì 13 giugno 2011

Non solo mobbing

Questo è il contributo portato all’Assemblea dei soci Risorsa dal vice-Presidente dell’Associazione prof. Sergio Piazza. Inquadrato il tema del mobbing nella sua più recente evoluzione, il Prof. Piazza propone anche un modello di evoluzione della nostra Organizzazione di Volontariato. Ovviamente il suo pensiero è aperto alle considerazioni e ai suggerimenti di tutti.



Dove è finito il Mobbing?

Questa domanda può sembrare scorretta e provocatoria, all’interno di un’Associazione che ha fatto della prevenzione del mobbing la ragione della sua esistenza, ma ci serve come punto di partenza per un ragionamento importante.

Ricordiamo tutti che, soltanto due anni fa, nel 2009 si parlava di mobbing, non soltanto nei nostri 4 convegni, ma sui giornali ed alla televisione. La Regione Piemonte aveva elaborato un progetto di legge. Alcuni film di successo si ispiravano a questa problematica..

Oggi se ne parla di meno ed alcuni film importanti ( Fra le Nuvole, The company Man) si limitano a parlare del trauma derivante dalla perdita del posto di lavoro.
Che cosa è successo in questi ultimi anni?

L’ottimistica ipotesi che le dimensioni del problema si siano ridotte, purtroppo è smentita dalle statistiche, che confermano il dato, probabilmente sottovalutato che in Italia il mobbing continua a interessare il 4,25 dei lavoratori, circa un milione e mezzo.

Dunque i numeri non cambiano e le dimensioni di massa di questa patologia sociale restano per intero. Quello che cambia profondamente e continuamente è il mondo del lavoro. Per effetto della crisi economica non ancora superata, il lavoro è scarso, la disoccupazione continua ad essere elevata ed elevatissima fra i giovani ( 29%).

Dove il lavoro c’è, esso è spesso precario, dequalificato, senza futuro, male organizzato e poco compensato.
Chi lo ha acquisito teme comunque di perderlo e quindi è disponibile a pagare un prezzo elevato, non tanto in termini di prestazioni professionali, ma in termini di assorbimento di stress, abusi ed ingiustizie, pur di conservarlo.

Questa è la ragione principale per cui il mobbing tende a nascondersi nelle pieghe di attività lavorativa che fanno della negazione dei diritti e della svalutazione dei meriti, una pratica costante e generalmente accettata.
In più dobbiamo rilevare che la giurisprudenza dei tribunali, per riconoscere il mobbing ,, tende a richiedere : “ Condotte datoriali offensive protratte nel tempo, con le caratteristiche della persecuzione finalizzata all’emarginazione del dipendente “ ovviamente da provare in giudizio con tutte le difficoltà del caso e principalmente, l’estrema difficoltà a raccogliere le testimonianze dei colleghi.

Condizioni quindi che, nel tempo, sono diventate più restrittive, mentre nelle cause relative al disagio lavorativo si aprono più spazi , in particolare a Torino, dove la Sezione lavoro si caratterizza per efficienza e qualificazione dei giudizi.

Questa è una delle ragioni che, nel tempo, ha condannato la nostra organizzazione a numeri bassi di partecipazione ed anche di richiesta di aiuto.

Noi cerchiamo di contrastare questi numeri bassi pubblicizzando l’attività del Gruppo di Mutuo aiuto e dello sportello di Ascolto, ma sostanzialmente, non siamo mai riusciti a superare questo limite.

Senza abbandonare la sua missione, ma senza eccessive resistenze identitarie, io ritengo che l’Associazione debba uscire da questi ristretti confini ed abbracciare tutte le problematiche di disagio che attualmente, anche sulla base di una specifica legge ( Dlgs 81/ 2008 art. 28) sono comprese nel termine di “ stress lavoro correlato” che, secondo la legge suddetta, devono essere oggetto di una specifica Valutazione del Rischio, a livello aziendale.

Si tratta, secondo la definizione di questa legge di “ condizioni che possono essere accompagnate da disturbi e disfunzioni di natura fisica, psicologica e sociale, derivanti dal contesto e dal contenuto del lavoro”. Superando i limiti specifici della legge noi possiamo includere nello “ Stress lavoro correlato” anche gli abusi, le violenze, gli atti discriminatori , offensivi e persecutori che normalmente rientrano nelle condotte mobbizzanti.

Abbiamo a disposizione diversi strumenti di lavoro e di risposta dei quali si è parlato o si parlerà in questa Assemblea : il Gruppo di Mutuo Aiuto, lo Sportello di Ascolto e la difesa legale. Se accettiamo questa ipotesi di estensione , dobbiamo sapere che ci muoviamo in un campo meno definito e limitato ( stress; disagi e violenze sul lavoro) ed anche più affollato, dove sono molte le Associazioni che operano, soprattutto a difesa della dignità delle donne.

Pertanto dobbiamo entrare più decisamente in una logica di lavoro a rete : argomento che sarà più estesamente svolto dalla collega Avv.ssa Monica Negro. Infatti le suddette associazioni sono normalmente più numerose della nostra e sono anche comprensibilmente gelose delle loro prerogative, ma non sempre posseggono gli strumenti di ascolto e di difesa dei quali dispone l’Associazione Risorsa.

Pertanto si dovrebbero ricercare accordi con un termine di scambio: le suddette Associazioni indirizzano verso l’Associazione Risorsa i loro utenti e l’Associazione Risorsa, reciprocamente, rende disponibili i suoi strumenti istituzionali ed i suoi volontari .

Ritengo anche che non ci siano alternative credibili a questo percorso se non vogliamo ridurci al solito gruppo di amici che, ogni anno, consuntivano una modesta ancorché meritevole attività.

Risultato del lavoro di rete dovrebbe essere anche la produzioni di eventi associativi,e conviviali, a partire dalla cena sociale di giugno , alla quale siete tutti invitati.

Concludo, ricordando che, già un anno fa, nell’Assemblea del giugno 2010, Luisa Marucco aveva proposto di uscire dai limiti del mobbing per occupare il campo più esteso del disagio lavorativo.

È arrivato il momento di concretizzare questa idea.

Dobbiamo anche essere consapevoli che da una parte i cambiamenti del mondo del lavoro e dall’altra parte l’evoluzione ed il moltiplicarsi delle Associazioni di Volontariato non ci consentono di restare fermi.

martedì 7 giugno 2011

La resilienza: definizione e poesia

La resilienza in termine tecnico è la capacità dei materiali in genere a resistere a urti e impatti. Ma ha anche un complesso significato psicologico e sociale.

Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di sofferenza, da quelle più gravi, come una guerra, una alluvione, un terremoto, a quelle più frequentemente riscontrabili quotidianamente, come il venire offesi, derisi, stigmatizzati?

Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di grave disagio lavorativo?

Che cose fa sì che due persone, poste nella medesima situazione, reagiscano con modalità differenti a tali sofferenze, chi in modo positivo e propositivo, chi in modo negativo, di totale chiusura e nichilismo? La risposta è: la ‘resilienza’.

Il concetto di resilienza (resiliency) è nato e si è sviluppato negli Stati Uniti e racchiude le idee di elasticità, vitalità, energia e buon umore.

Si tratta di un processo, un insieme di fenomeni armoniosi grazie ai quali il soggetto si introduce in un contesto, affettivo, sociale e culturale.

La resilienza non si acquisisce una volta per tutte, ma rappresenta un cammino da percorrere: l’esistenza è costellata da prove, ma la resilienza e l’elaborazione dei conflitti consentono, nonostante tutto, di continuare il proprio percorso di vita.

Il termine di una situazione spiacevole, paradossalmente, non coincide con la fine delle sofferenze, ma, al contrario, sancisce il momento del loro inizio. Una sorta di metabolizzazione della propria consapevolezza.

La fine di una violenza, di qualsiasi forma si tratti, pone colui che l’ha subita di fronte ad una serie di interrogativi ai quali deve essere data risposta: “Perché, che senso ha quanto mi è accaduto, qual è il posto che tutto ciò occupa nella mia vita?”.

Avvicinandomi a questi concetti mi ricordai di avere scritto tempo fa una sorta di racconto che supponeva tutta la voglia e la cultura di reagire ad una spiacevole vicenda lavorativa personale. Esempio calzante di quanto descritto.

“Adesso basta. Nonostante un certo costante tormento che sempre ha accompagnato la mia vita, ho sempre pensato di essere stato bravo e quanto serve fortunato ad ottenere uno status culturale, personale e lavorativo di buon valore.
Alla soglia dei miei quarantaquattro anni avevo ottenuto quanto basta per vivere egregiamente. Anche se alcune esperienze sofferte di vita mi avevano colpito e sotto certi aspetti segnato, ma al contempo anche tranquillizzato come normali percorsi di vita talvolta dolorosi, potevo permettermi di guardare il futuro con prospettive, obiettivi e speranze. Il sogno mai abbandonato di una dolce e serena vivacità della vita, degli anni
che passano, della vecchiaia.

Da un anno a questa parte però, sembra che quel mantello di protezione che fin qui potevo vantare mi abbia abbandonato, scoperto.

Dapprima la ditta in cui lavoravo e in cui mi sentivo facente parte di una famiglia e di un progetto è fallita. Poi sono iniziati misteriosi dolori fisici ancora in bilico tra paure e somatizzazioni. Pensavo di aver risolto da lì a poco il problema del lavoro avendo trovato subito una nuova occupazione. Con tutte le problematiche che possono caratterizzare il cambiare Azienda dopo ventidue anni: ambiente, metodologia, stimoli.

Ho ricominciato senza paura: le svariate esperienze maturate in diversi campi, accomunati all’entusiasmo e l’attaccamento al lavoro, mi hanno consentito di raggiungere un buon livello di preparazione. Nel corso della mia vita lavorativa ho sempre cercato di conciliare lo spirito del lavoro di gruppo e la dedizione nei confronti dell’Azienda. Ho un aspetto giovanile e dinamico, determinato nel raggiungimento dei risultati, umile, concreto
ma talvolta anche un pizzico sognatore. Ho sempre lasciato un buon ricordo a tutti i colleghi, responsabili e collaboratori con cui ho incrociato i destini. Mi è sempre piaciuto il mio lavoro che ho sempre svolto con dedizione e cura, ma altrettanto appassionato agli interessi extra lavorativi, come ad esempio alcune attività artistiche. Con tutte queste premesse non potevo aver timore di ricominciare e farmi apprezzare.

Purtroppo la nuova soluzione lavorativa dopo solo pochi mesi si è manifestata in tutte le sue debolezze. Le cose sono precipitate nel giro di poco tempo e la contrazione di lavoro ha colpito anche questa nuova esperienza. Dopo pochi mesi mi ritrovo allora in cassa integrazione, abbandonato senza se e senza ma e soprattutto senza certezze per il futuro lavorativo.

È così di nuovo angoscia, sconforto, depressione e dolori. Certe volte penso che questo dovrebbe essere una sorta di spartiacque, dovrebbe essere il momento di reagire verso nuovi stimoli. Penso di essere per la prima volta giunto ad un bivio professionale: perseverare o abbandonare, passare la mano o vedere.

Mi hanno fatto notare che ho un curriculum di assoluto rispetto ma un età che non aiuta. Un settore professionale in crisi e così mille domande e lacerazioni. Come se non bastasse da qualche tempo non ho neppure introiti economici. Sto cercando di resistere e ho abbandonato ogni sorta di tentazione. Risparmio su tutto compreso il dentifricio. Faccio la spesa con molta accuratezza, non compro più il giornale, utilizzo di più il pullman a discapito della macchina. Niente più cd o dvd.

Penso ai miei anziani genitori. Non voglio dare loro insoddisfazioni e delusioni, visto che non conoscono ancora le storie dei miei ultimi problemi lavorativi. Semplicemente fingo sulla mia vita tra la menzogna e l’attesa di momenti migliori.

In certi momenti sogno, con le cuffie del mio I-POD alle orecchie, mentre corro o passeggio. Sogno tutti i colori del mondo, la freschezza del corpo, l’odore del mattino, la gioia. Cose che ad oggi sembro aver dimenticato. Piango e mi dispero, poi, guardo il cielo sgombro di nuvole, sospiro e spero in un nuovo giorno. Parlo con Dio al riparo da tutto e da tutti.

Mi piace leggere e soprattutto scrivere, talvolta prendo il pullman e vado a sedermi sulle dolci panchine di Piazza Carlo Alberto, lì seduto e sognante scrivo racconti di vita vissuta o di vita che vorrei vivere, di fantasticherie o storie romanzate.

Parole d’ordine: perseveranza e pazienza, onestà intellettuale e coraggio del cambiamento. Ma fino quando posso aspettare, fino quando avrò forza di perseverare? Fino quando posso sperare di trovare una soluzione?

Ho fatto uno strano pensiero: sarebbe bello poter scambiarsi i lavori. Che sciocchezza ma ci stavo pensando. Molti non sono soddisfatti del proprio lavoro, altri stanno cercando una ricollocazione: scambio posto da informatico per commesso in libreria, cerco assunzione professione di accoglienza turistica, cedo lavoro in comune settore edilizia pubblica, idraulico ben avviato scambia professione con banco al mercato settore formaggi.

Che strani pensieri mi vengono in mente. Sarà che il peso della situazione contingente incide non poco sulla mia vita oltre che materialmente anche dal punto di vista psicologico.”

Si tratta, sostanzialmente, di compiere un percorso di ricerca del significato e di collocazione all’interno della storia individuale, prima solo per se stessi, poi, successivamente, da condividere.

Solo in tal modo è possibile rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, alle sofferenze altrui, alle quali si sarà portarti a porre rimedio.

Le ferite non si rimargineranno mai completamente: rimarranno sempre una zona di vulnerabilità, un punto debole, che, d’altro canto, potranno rappresentare un punto di forza, nella misura in cui permetteranno di vivere appieno il nuovo stato di realizzazione personale raggiunto.

Ognuno di noi, a nostra volta, può imparare molto dalle persone che sono state sfregiate nel corso della loro vita: esse, con il loro esempio, possono indicare che è possibile risanare le ferite subite, oltre che insegnare come fare.

La mia storia culturale e di possibilità e creatività latenti, hanno influito molto nel cambiamento, nell’affrontare il disagio ad un evento per me importante e spiazzante. Ho avuto la fortuna di contare su persone che in un certo senso hanno esportato dal mio essere possibilità trasformabili in forme concrete. Nel caso specifico quando ho iniziato il percorso ho cercato di individuare l'ordine di idee, gli obiettivi, la struttura, gli argomenti.

All'inizio ero un po’ confuso: non sapevo cosa andavo incontro e soprattutto se l'utilità del percorso fosse utile. Mi sono affidato e il divenire nella mia storia, nel contesto e nelle mie riflessioni si è rilevato efficace e motivante. Ne è nata una sinergia di intenti costruttiva.

La presenza di persone disposte all’ascolto consente di mettere in atto un altro tutore della resilienza: il racconto. In un primo momento esso sarà interiore, cioè si tratterà di una narrazione a se stessi dell’accaduto, del suo significato e della sua collocazione all’interno della propria esistenza.

In linea generale, però, nessuna sofferenza è irrimediabile, ma può essere trasformata, grazie ai tutori della resilienza, e vissuta come occasione di cambiamento e di miglioramento di se stessi e della propria esistenza.

Qualcuno diceva che la vita è altrove, non inteso come luogo ma come aspettativa, ci ho sempre pensato, sempre nella mia vita anche quando le cose apparivano migliori. “Adesso basta” è il momento del coraggio, la vita è altrove laddove non c’è paura.

Io la mia Resilienza l’ho individuata, ascoltata e seguita. Da qualche tempo vive con me, oggi l’ho firmata. Nei momenti di crisi occorre investire nei propri sogni. Il mio sogno vuole essere solo il tangibile percorso di vita.


Evangelista Lino Chironna


fonti: Dott .ssa Anna Fata, Cyrulnik B., Szafran A.W. e A. Nysenholc

un ringraziamento

Riceviamo da una persona, che abbiamo aiutato nelle sue ricerche sul mobbing e che evidentemente ci stima, un ringraziamento che pubblichiamo testualmente:

Gentile Dr Ciccopiedi,

spero stia bene. E' passato un pò di tempo dall'ultima volta che le scrissi. Volevo nuovamente ringraziarla per la sua collaborazione.

Non capita tutti i giorni di trovare nelle persone una gentilezza, attenzione e pazienza simile.

Se passerò dalle sue parti verrò a trovarla. Siete un gran bel gruppo di persone che si impegnano per dare voce al quel silenzio, pieno di indifferenza, che si insidia in contesti che dovrebbero essere motivo di affermazione personale e professionale.

Con grande stima, Osman

perché il 5 per mille a Risorsa

La campagna per il 5x1000 di Risorsa nella dichiarazione dei redditi 2010, che si affida prevalentemente al “passa parola” tra gli amici dell’Associazione trova il suo fondamento nelle ragioni per cui è giusto devolvere parte della tassazione alla nostra organizzazione da parte di chi crede nei suoi valori e nella sua mission.

Ecco ben cinque buone ragioni per aderire, solo 5 tra le 1.000 possibili:

1) Dare un aiuto partecipe e concreto a lavoratrici e lavoratori vittime di vessazioni psico-fisiche sul luogo di lavoro attraverso i nostri Sportelli e Centri d’ascolto

2) Sostenere i nostri professionisti volontari (avvocati, medici, psicologi) nelle consulenze a quanti vengono loro indirizzati

3) Comunicare al meglio l’esistenza del nostro Gruppo di Auto Aiuto psicologico

4) Sensibilizzare l’opinione pubblica ai problemi del mobbing e dello stress lavoro-correlato, mediante l’organizzazione di eventi

5) Cercare di cambiare pacificamente il mondo del lavoro, nele rispetto di diritti e doveri dei datori di lavoro e dei lavoratori

In concreto, nella dichiarazione 2011 (per i redditi del 2010), per diventare partner dell’Associazione è necessario:

- citare il codice fiscale di Risorsa:


1 3 1 1 8 9 8 0 1 5 3


- apporre la propria firma, in alternativa, nelle apposite caselle del:

CUD (scadenza: maggio) oppure Modello 730 (scadenza: maggio) oppure Modello Unico (scadenza: luglio)

Ricordiamo che il 5xmille non è sostitutivo dell’8xmille. Possono essere firmati entrambi, con le destinazioni previste dalla legge. Nel nostro caso: “Associazioni senza scopo di lucro di utilità sociale”.

Grazie